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Qui sotto vi proponiamo una bella lettera di Chiara, pubblicato sul sito “macerie“. Ne approfittiamo pure per comunicarvi una novità importante: le indagini contro i quattro arrestati il 9 dicembre sono state chiuse e il processo si aprirà il 18 maggio prossimo, con il rito del giudizio immediato, davanti alla Corte d’Assise di Torino.

«Carcere delle Vallette, 20 gennaio 2014

Se potessi scegliere mi troverei proprio dove sono.

Tra i sentieri della Valle, per le vie di Torino, con i miei compagni o specchiandomi negli occhi di donne e uomini sconosciuti, imparando ad ascoltare, scegliendo di aspettare, correndo più veloce.

Mi troverei dove si scopre il sapore dolce e intenso della lotta, qualcuno ti stringe la mano che trema e si getta il cuore oltre l’ostacolo. Lì dove il caldo, continuo e tenace abbraccio della solidarietà non permette a chi è isolato di sentirsi solo, libera la passione di chi è prigioniero e riempie la stanza di presenze amiche.

29 marzo 2014

I briganti son tornati

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Accade quando ad essere in pericolo è la terra. È la storia della Calabria, che dormiente pare e sempre m’è parsa. Ma la terra, la terra non si tocca.

Da una parte un colle in salita, dall’altra la discesa del fianco della montagna. In fondo alla valle la città. Dormiente la città, sveglia la preSila, in una fredda notte di febbraio.

Ritrovi persone che non vedevi da molto tempo; incontri nuova gente, occhi nuovi e occhi a cui l’anima sente di appartenere da sempre. In poco tempo, nasce un nuovo movimento.

Le assemblee, le notti intorno al fuoco, per presidiare l’accesso alla discarica. Ogni nuova mattina è la mattina in cui passeranno i camion per sversare la spazzatura di una regione in emergenza. La direzione della lotta cambia a poco a poco. Si parla di “tal quale”, spazzatura priva di pretrattamento; si negozia; i sindaci fanno il loro buon gioco da scribacchini. Ci è negata identità di soggetti politici, non siamo invitati a sedere ai tavoli ufficiali delle trattative dove i Pugliano di turno propongono la fetta di torta ai sindaci, ai mafiosi che gestiscono la questione rifiuti in Calabria, ai tecnici. Noi restiamo fuori, pur presenti ma assenti.

A noi è dedicato solo lo spazio di un bar in cui i “cari” sindaci ci riportano le chiacchierate delle tavole politiche imbandite. Spiegano la situazione in maniera ambigua, mangiando birra e panino.. i Vrenna non sono i Muto, non ne esce neanche una cena a base di pesce per i sindaci della preSila!

Ci usate? Vi useremo!

Noi siamo quelli che incontrate al bar e con noi chiacchierate di ulteriori accordi.

Noi siamo quelli che incontrate al bar e ci criticate per le maniere in cui si portano avanti le lotte.

Noi siamo quelli che incontrate in piazza e ci dite che tutto è vano perché il potere non ci appartiene.

Noi siamo quelli a cui appartiene la Potenza!

La potenza di attendere ogni nuova mattina in cui qualcosa accadrà.

La potenza di svegliarsi all’alba per attendere il momento in cui solo il nostro corpo fermerà Golia. La potenza di amare le albe in Presila ed esser ogni mattina alla sbarra perché la notte intorno al fuoco è calda, perché ognuno e ognuna ha un racconto che ci tiene compagnia. Perché al mattino c’era l’arcobaleno ad attenderci.

La potenza di confrontarci faccia a faccia con la celere schierata. Di spingere contro i loro scudi. Noi abbiamo radici in questa terra e quando Gaetano punta le radici, spostarlo è impresa dura!

La potenza di restar seduti a terra mentre il camion cerca di passare sui nostri corpi. La potenza di non cedere alle provocazioni ma resistere nonostante i giochi mafiosi che incitano alle guerre tra poveri; di resistere contro il braccio armato dello Stato, che non vuol avere volto, ma che vede bene i nostri volti.

La potenza di non farsi intimidire!

Questa non è la Val Susa; si fatica a condividere in pieno gli ideali dell’anti fascismo, dell’ anti razzismo e dell’anti sessimo. Eppure, la lettera di Chiara dal carcere è in presidio e tutti e tutte possiamo leggere la potenza di una scelta. Sempre dall’altra parte della barricata, perché una volta che sei stata guerriera, non puoi tornare ad una vita di compromessi.

Nel frattempo si tracciano strade; il coordinamento dei comitati sparsi su tutto il territorio calabrese mi sembra un nuovo modo di intendere la politica. In fondo, siamo sempre stati bravi a tracciar solchi sul terreno. Spargo semi al vento, chissà fiorisce il cielo! Ma noi i semi li spargiamo sulla terra e non saranno fiori ma querce pronte a sfidare il vento.

Uno slogan per la preSila, un canto per la preSila, tante idee per la preSila. Amore.

Cambiamo insieme. Una chiacchierata con Ale al bar di Motta; lei mi racconta della sua attività politica nel partito; io le racconto la mia anarchia. Mi scrive qualche giorno fa.. mi racconta di non aver votato!

È questo ciò che siamo. Gente semplice, con tante cose da imparare e la curiosità giusta per farlo.

Un ragazzo molto giovane, dai capelli biondi e gli occhi chiari, mi racconta di come cambia la montagna. Da quando c’è la discarica in preSila, le rose seccano. Vedere una rosa seccare è la ragione per cui qualcuno vorrebbe (ri)prendere in mano i fucili. È la ragione per cui qualcuno ha abbandonato il suo lavoro per essere presente in maniera costante. È la ragione per cui un uomo che ha sempre creduto nei valori di destra ora chiede asilo politico ad un’anarchica. È la ragione per cui i militanti e le militanti restano, nonostante una bandiera tricolore dipinta sul muro (in fondo, basta cancellarla, dal muro e dalla mente).

Ho visto gente, con le lacrime agli occhi, soffrire per le speranze deluse; quelle lacrime, sono rugiada di importanti risvegli. Siamo la gente che si è svegliata ed i nostri antenati ci paiono più vicini che mai.

Il folle del villaggio, c’è sempre un folle del villaggio, interrompe costantemente le assemblee per esprimere le sue amare verità. C’è del metodo in questa follia e Amleto anche qui svelerà i segreti celati da anni di politiche mafiose. Siamo noi Amleto, ma tra l’ essere e il non essere abbiamo scelto. Nua ci simu!

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La vita moderna ha per fulcro il lavoro salariato. L’agenda neoliberale e l’etica protestante hanno speso molte energie per una campagna ideologica con cui fare del lavoro il centro di tutto, la strada per accedere al credito e ai beni di consumo. Quel mondo è in crisi. Anche se la cultura del “fa’ ciò che ami” è ancora molto forte e restiamo circondati da un coro senza fine a favore del lavoro, si sono aperte crepe impensabili. Sempre più persone quando non sono al lavoro a fare soldi, sono impegnate duramente su progetti che hanno scelto, in cui possono creare e, lavorando gratuitamente, smettono di sostenere l’ideologia del lavoro. Capita, ad esempio, negli spazi di riparazione di bici fai da te, negli orti comunitari, nei progetti di software libero indipendente che il mercato, infatti, vorrebbe fagocitare. Ma quando la vita quotidiana si basa su “collettività orizzontali autogestite nei luoghi di lavoro, nel vicinato, nelle scuole, città”, spiega Chris Carlsson, la trasformazione sociale è profonda. Non sappiamo bene come favorirla, di sicuro molti hanno cominciato a cercare “la strada per una vita radicalmente migliore di quella del mondo in cui viviamo ora”

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di Gianni Tirelli

“Il falso, è un fondamentale del relativismo e fratello gemello dell’ossimoro – I due, insieme, sono capaci di innescare tali catastrofi, da fare impallidire il nazismo”

Questi ultimi cento anni di storia sono stati caratterizzati da una crescita esponenziale della violenza, della paura, della crudeltà e della mortalità. Una escalation sistematica dell’orrore che non ha eguali nella storia dell’umanità. Due guerre mondiali (70.000.000 di morti), il nazifascismo e la bomba atomica, sono state le prove che hanno anticipato il debutto, della più inimmaginabile tragedia umana che, nel liberismo relativista, incarna quint’essenza del maligno al potere. In questa guerra al massacro le armi tradizionali, spade, alabarde, balestre, archi, frecce e olio bollente sono state bandite per sempre, a favore delle più moderne e funzionali, di distruzione di massa. Frutto insperato dello sforzo comune di autorevoli scienziati, studiosi e ricercatori!!!!!!!

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Riportiamo qui un altro contributo scritto sulle mobilitazioni contro la discarica di Celico di questi giorni. Dopo la giornata di sabato che ha visto il blocco dei camion pieni di riifuti in entrata a Celico, nella giornata di ieri si sono verificati altri blocchi. La popolazione della presila non sembra arrendersi, e anche questa mattina si è mobilitata per ostacolare l’accesso ai camion. Presente in forze anche la polizia che ha caricato i cittadini e le cittadine che si trovavano lì, come racconta l’audio a seguire.

“E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l’erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall’anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà…”

Carmine Crocco

A Celico, sulle montagne presilane, continuano ad arrivare minacce di diverso tipo.

2 marzo 2014

La nostra rivoluzione

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Cosenza.

Soffoca in mezzo al caos.

Muore ogni volta che vince chi l’ha ridotta un circolo vizioso di massoni. Chi l’ha voluta sporca, incapace, incivile … serva silenziosa dei pochi cinghiali al potere.

Ma non chiedeteci perché andiamo via. Chiedeteci perché restiamo.

Perché, ostinati, non molliamo la presa su una terra consumata fino all’osso da chi ne ha fatto il suo personale orinatoio.

Chiedeteci perché restiamo, perché sopportiamo d’essere ricoperti d’immondizia ed escrementi. Perchè, nonostante il puzzo acido che ci stringe la gola, restiamo. Ancora qui.

Non chiedeteci perché andiamo via. Chiedeteci perché restiamo, perché – soffocati in spazi stretti ed intersezioni che nascondono le più abiette verità – resistiamo, pensiamo, parliamo.

 

… Perché non abbiamo nient’altro che la parola, perché la nostra rivoluzione la facciamo pensando. Perché ci hanno abituato ad elemosinare assistenza, a lamentarci per l’inerzia di altri, a mendicare dignità, a stringere le spalle di fronte alle più indicibili violenze, a non sentire il bisogno di giustizia.

Non chiedeteci perché andiamo via, chiedeteci solo perché restiamo, perché sputiamo in faccia a chi ci vorrebbe sempre così, perché ci appare ridicolo un “governo del cambiamento” che, però avalla il veleno di sempre, quello che vorrebbero ci scivolasse rapidamente addosso, immobilizzandoci … come sempre.

Ma siamo stanchi e le spalle … le abbiamo forti. Le idee sono granitiche, e le parole … inarrestabili. Ne abbiamo abbastanza di tracce di vita sparpagliate in mezzo al fango di questa tragicomica gestione politica.

Non siamo noi a dover andare via.

Noi abbiamo solo questo …. idee, parole e questo spazio di terra. Continuiamo a pensare, a parlare, perchè è questa la nostra rivoluzione.

***

“Scrivete la verità perchè la parola viva, perchè nascosto sotto il velo, il pensiero – avvolto come una molla – scattando all’improvviso, uccida“.

(Feniks 66)

fonte: Just Laurè

Potrebbe essere il “colpo finale”, quello che distruggerà definitivamente l’Italia.

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di Giuliano Polichetti

Ci siamo spesso occupati di inquinamento atmosferico, in particolare di PM (polveri sottili), e abbiamo visto le correlazioni esistenti tra di esse e numerosissime patologie (malattie cardiovascolari, respiratorie, difficoltà riproduttive e altre). Sono ormai anni che il mondo scientifico produce evidenze clamorose in tal senso, ma quasi mai riesce a sortire effetti che conducano politici e società civile a un cambio di rotta, a incoraggiare i cittadini ad assumere stili di vita meno impattanti e a tutelare l’ambiente in cui viviamo e il cibo di cui ci nutriamo. Eppure proprio la scorsa settimana l’IARC (International Agency for Research on Cancer), un ramo dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che si occupa esclusivamente di sostanze in grado di indurre neoplasie, ha ufficialmente riconosciuto l’inquinamento atmosferico e in particolare il PM come agente cancerogeno, in grado cioè di fare sviluppare a qualunque essere vivente molteplici tipologie di tumore. La conclusione? Più viviamo in ambienti inquinati più abbiamo la possibilità di sviluppare il cancro.

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di Gianni Tirelli

Dopo la crisi finanziaria del 2007, la terra da coltivare (specie quella del Sud del mondo) è diventata un bene sempre più prezioso, oggetto di un frenetico “accaparramento” in cui sono impegnati sia i paesi, come quelli arabi, ricchi di liquidità ma privi di terre fertili, sia le multinazionali dell’agro/business – interessate a creare enormi piantagioni per la produzione di biocarburanti – sia una serie di società finanziarie, convinte che l’investimento in terre possa garantire guadagni sicuri. Il risultato è l’avvento di una nuova forma di colonialismo che rischia di alterare gli scenari internazionali (come dimostrano per reazione le recenti rivolte nordafricane, legate all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari).

Recentemente si è iniziato a considerare la crisi alimentare come un fenomeno strutturale, di cui un aspetto preoccupante è il così detto land grabbing, cioè l’accaparramento di ampie porzioni di terreno nei paesi in via di sviluppo. Questo fenomeno è stato descritto come una nuova forma di colonialismo, dove grandi investitori, con il beneplacito dei governi locali corrotti e l’appoggio delle agenzie internazionali, hanno avviato una grande campagna per assicurarsi il controllo delle terre e dell’acqua, sottraendole ai contadini di Africa e America Latina.

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Murale cileno

Stralci da un’intervista di Claudia Benatti a Philippe Godard, saggista francesce, autore di «Contro il lavoro» (Elèuthera), pubblicata dall’ultimo numero del mensile Terra nuova.

Il lavoro impedisce l’invenzione e la sperimentazione di rapporti più ricchi e articolati, ci priva della gioa del saper fare tante attività diverse, e di farle non perché dobbiamo, ma perché ci sembra giusto e necessario (…). La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente al lavoro inteso come produzione di beni destinati a mercati anonimi e sconosciuti, destinati cioè ad alimentare l’economia monetaria. È stato con l’avvento degli Stati moderni e del capitalismo che gli esseri umani sono stati trasformati nella meteria prima destinata a una macchina che trasforma il lavoro in denaro.


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